
COME MI AVVICINAI AL VOLO
Piccola storia autobiografica
Ad Emilio
Perché un uomo impara a volare? E perché, nonostante questo non sia una delle cose concesse all'uomo, egli si ostina a staccare i suoi piedi dalla terra? Le risposte possono essere molte, a parte una grande passione celata, nascosta, coltivata inconsciamente da tenera età, forse, guardando con occhi sgranati gli aerei sfrecciare sopra di noi nell'immensità del cielo azzurro, immaginando i piloti di queste meraviglie come dei novelli Nembo Kid. Oppure, si dirà, per curiosità, per spirito di avventura, o semplicemente per provare delle sensazioni forti.
Personalmente, il mio approccio con il volo è nato per caso; per la concomitanza di numerose circostanze che si sono concentrate in un periodo speciale della mia esistenza.
Ma cominciamo dal principio.
Eravamo nella seconda metà degli anni '70; nella periferia di Roma si respirava ancora un'aria buona; eravamo in pieno boom delle radio private e quindi ascoltavamo musiche dedicate dai nostri amici anche invidiati per la possibilità di usufruire di questo nuovo strumento. Io lavoravo presso una azienda che si occupava di arredamento, ma con il mio datore di lavoro, spesso giocavamo alle cose più impensate essendo anch'egli del segno zodiacale dell'acquario, proprio come il sottoscritto e quindi aperto a tutte le novità.
Un giorno, non ricordo per quale ragione né per quale circostanza particolare, mi trovai a sfogliare una rivista nella quale si parlava di volo con deltaplano. Io ancora non potevo saperlo, ma il deltaplano in questione era uno dei primi prototipi esistenti; dirò per gli addetti che si trattava di un'ala Rogallo, (una delle più instabili e pericolose, ma che tuttavia ha insegnato a volare ad una generazione di piloti).Rimasi comunque affascinato da questa possibilità di volo, giacché le mie precedenti esperienze erano ferme all'età di nove anni, quando salii da passeggero su di un vecchio Fachiro all'Aeroclub dell'Urbe in compagnia di mio fratello maggiore che stava prendendo lezioni di volo poi interrotte dal suo matrimonio.(A volte, capita).
Io sono sempre stato intraprendente, sì, ma estremamente prudente; quindi le ambizioni di voli altissimi restavano, anche se l'interesse era ormai destato, a livello di letture. Cominciai così a cercare dei libri che parlassero di volo e di deltaplani, di modo di pilotarli e di tutte quelle nozioni che permettessero di erudirsi sull'argomento. Trovai, presso una libreria del centro, un vecchio libro che aveva la pretesa di insegnare a pilotare il deltaplano in pochi giorni e da soli. Lo bevvi avidamente, finché ne parlai con il mio datore di lavoro, che d'ora in poi chiamerò per semplicità Giovanni.
Giovanni fu entusiasta di questa idea. Lui era meno prudente di me e decise immediatamente di acquistare un esemplare di questo deltaplano per mettere in pratica tutte le nozioni apprese dal cosiddetto manuale. Cercai di dissuaderlo per quanto potevo e questa volta, per fortuna, vi riuscii. Giovanni disse che si sarebbe informato in giro per vedere se vi erano delle possibilità di trovare dei mezzi già pronti o dei piani per la costruzione di qualcosa di più sofisticato e magari con motore.
Dopo lunghe ricerche (in Italia, a quell'epoca, vi erano più o meno una decina di temerari che volavano con mezzi per lo più autocostruiti), giungemmo alla conclusione che avremmo senz'altro dovuto rivolgerci al nord, poiché, essendo più vicino ai paesi più evoluti, senz'altro avremmo trovato qualcosa che potesse soddisfarci. Infatti, in Lombardia trovammo un artigiano che, mosso dalla passione per il volo, aveva iniziato già da qualche anno la costruzione di attrezzi atti al volo. Si trattava di un non meglio identificato incrocio di un deltaplano (naturalmente Rogallo) con un telaio di tubi di alluminio ed un timone, spinto da un motore a piacere, (anche residuato di sfasciacarrozze), purché funzionante, dotato di un seggiolino all'aperto, sul quale il pilota stava in precario equilibrio, trattenuto solo da una blanda cintura di sicurezza.
Bello!- disse Giovanni.
Volerà?- chiedemmo.
Il costruttore ci assicurò che ce n'erano già diversi volanti, perciò volava di sicuro; e poi il suo prototipo era perennemente in aria, quindi nessun problema. Da notare che tutto questo si svolgeva sotto forma di conversazione telefonica, ed anche il Mezzo Aereo lo avevamo visto in fotografia, o meglio in fotocopia della fotografia. Tuttavia acquistammo immediatamente i piani di costruzione e cominciammo l'attesa densa di progetti e di fantasticherie varie su chi avrebbe volato per primo, su chi se la sarebbe fatta più sotto ed altre amenità del genere, che andarono avanti fino all'arrivo dei piani di costruzione ed oltre.
Ed i piani arrivarono a tamburo battente: contrassegno, in un plico raccomandato che fu aperto con deferenza, come se si trattasse di un plico sigillato della CIA; e fu con nostra meraviglia che la Macchina Volante fece il suo trionfale ingresso nella nostra vita, sotto forma di alcuni fogli disegnati con dovizia di particolari e corredati dalla lista dei possibili fornitori di pezzi speciali (tubi, ruote e compensato), necessari alla costruzione.
Era, all'epoca, autunno inoltrato; e con i primi freddi di quell'anno, prendeva forma giorno dopo giorno un attrezzo strano che riempiva di orgoglio me e Giovanni e di meraviglia e stupore i numerosi curiosi che erano in costante pellegrinaggio presso il nostro laboratorio. La costruzione era, col senno del poi, estremamente semplice; ma in quell'epoca e in quel contesto, estremamente difficile e complicata: non poche volte ho dovuto ricominciare da capo la costruzione di alcune parti particolarmente ostiche; acquistammo anche, per la velatura, una vecchia macchina da cucire industriale, con cui ho dovuto imparare l'arte del cucito, e con la quale, a forza di errori e ritagli, nacque una vela degna di Armani; ma si sa, la costanza ripaga e così la Macchina Volante raggiunse il suo compimento. Noi passavamo ore intere a sederci ai comandi (un bastone e due pedali) e ad imparare termini astrusi cercando di associarli a movimenti immaginari: cabrare, picchiare, virare, ecc. finché giungemmo al momento dell'installazione del motore.
Scegliemmo per la sua robustezza, la sua affidabilità ed altre numerose virtù, ma soprattutto perché lo trovammo a buon mercato da un vecchio sfasciacarrozze, il motore di una vecchia Diane 6 che, opportunamente adattato e dotato di un'elica costruita da noi (!),veniva messo in moto con il lancio dell'elica stessa.
Che motore! E che potenza!- si mormorava accelerando.
La primavera era quasi finita, le giornate erano calde e serene; ci avvicinavamo al vero e proprio collaudo di questo velivolo verso la buona stagione, e questo ci pareva di buon auspicio. D'altra parte, il Manuale di Volo che il progettista aveva allegato ai piani di costruzione dava poche nozioni, ma ferree: trovare un lungo prato, allacciare le cinture, dare motore e volare, volare, volare; per l'atterraggio, portarsi sul prato di prima, togliere motore ed atterrare.
Non un prato, ma una lunga strada in costruzione fu il teatro dei nostri primi rullaggi; una striscia di asfalto liscia e lunga, vero paradiso per i futuri aeronauti. E lì, a turno, ci alternavamo ai comandi, cercando soprattutto di far andare diritto lungo la strada l'attrezzo; naturalmente senza sollevarsi di un centimetro, a causa del motore invero alquanto fiacco, ma anche e forse soprattutto per la delicatezza usata nell'accelerare (dovesse sollevarsi davvero!).Le nostre prove ebbero fine in breve tempo: quello che occorse ad alcuni automobilisti che transitavano nella vicina strada, ad arrivare alla stazione dei Carabinieri più vicina per avvertire che probabilmente un aereo era atterrato o caduto, che sicuramente vi erano morti e feriti e che forse era anche preso fuoco, e chissà quali altre catastrofi erano o sarebbero successe: fatto sta che vedemmo arrivare a sirene spiegate con grande stridore di gomme, il furgone dei Carabinieri, alcuni anche in canottiera, non essendovi stato il tempo di vestirsi per la fretta di arrivare, cercando la zona della catastrofe raccontata dai presunti testimoni oculari.
Noi cercammo allora di spiegare alla meglio cosa stessimo facendo e di cosa si trattasse, quello strano aggeggio, ma vuoi perché non era mai stato visto prima, vuoi perché era pur sempre un mezzo con ruote e senza targa, vuoi perché l'essere stati disturbati per una cosa così strana aveva certamente messo di malumore il Brigadiere, la giornata finì con la nostra identificazione, con la diffida a continuare in pratiche simili in una, anche se in costruzione, pubblica strada, e con il sequestro di quell'attrezzo non identificato a scopo cautelativo, almeno fino a quando non si fosse scoperto che cosa fosse e a cosa servisse.
Fortunatamente, non essendo possibile portare in caserma la Macchina Volante, venne nominato Custode proprio Giovanni; quindi potemmo riportare in laboratorio il velivolo, con la convinzione che i collaudi si sarebbero dovuti, d'ora innanzi, svolgere in luoghi ben più nascosti, anche per scongiurare eventuali sicure brutte figure.
* PROSEGUONO I COLLAUDI*
Arrivò il mese di Agosto; e come per tutti i lavoratori di questo mondo, giunsero le agognate ferie. Non potendo rimandare gli impegni programmati in precedenza, quando nessuno di noi era un potenziale pilota, io partii per la montagna dove avrei trascorso un mese lontano dallo stress della città, ma anche lontano dall'oggetto che ormai polarizzava la mia esistenza. Giovanni partì anche lui per la montagna, ma esattamente al punto opposto, geograficamente parlando, mettendo tra me e lui molte centinaia di chilometri; ma quel che era peggio, portando seco la Macchina Volante, assicurandomi che, qualora avesse trovato un idoneo spazio, avrebbe proseguito i collaudi, che anzi, l'avrebbe certamente fatta volare e che quando ci saremmo rivisti, mi avrebbe certamente portato in volo insegnandomi quello che avrebbe imparato e quindi avvantaggiandomi molto (Non mi ringraziare! ) nel rompere il ghiaccio con il velivolo.
Così partimmo. Mentre scorrevano i giorni, dai luoghi di villeggiatura avvenivano interminabili conversazioni telefoniche nelle quali Giovanni mi ragguagliava sugli sviluppi giornalieri: oggi ho rotto una ruota, oggi ho storto il carrello, oggi abbiamo sostituito, con l'aiuto di un fabbro del paese ormai assunto stabilmente, un pezzo di fusoliera, ecc. Per la verità, tutto questo durò pochi giorni. Poi, un silenzio prolungato mi fece capire che il Velivolo era ormai ridotto a un ammasso di ferraglia, come confermò Giovanni, con la tela strappata e ormai buono per il robivecchi. L'intenso periodo di prove ci aveva fatto dedurre che:
1: Questo velivolo non era il massimo che potessimo desiderare;
2: Era necessaria quantomeno una infarinatura nozionistica prima di sedersi ai comandi;
3: Il motore di recupero non era sufficiente.
Infatti il velivolo non era mai riuscito a sollevarsi di un millimetro. Riusciva solo a sradicare siepi ed alberelli, ma i cavalli/vapore promessi erano, alla fine dei fatti, solo un piccolo, sparuto gruppetto di asini/acqua tiepida che inequivocabilmente ci portarono a rivedere molte cose delle nostre convinzioni precedenti e ad abbandonare l'idea di un mezzo volante quantomeno bizzarro come quello appena distrutto.
*IL SALTO DI QUALITA'*
Le vicissitudini passate avevano lasciato in noi ancora più forte la voglia di volare, magari con mezzi più adeguati e certamente più sicuri del precedente; per cui decidemmo di consultare ancora il costruttore milanese per vedere se fosse nato dalla sua sapiente mano un nuovo velivolo più evoluto di quello che avevamo distrutto. Il colloquio fu interessante e avvincente: era, infatti, nato da poco un velivolo che questo sì, volava! Questo sì era sicuro e facile da pilotare; questo, sì..ecc. A detta del costruttore, anzi, nessuno più usava quello precedente, ma erano passati tutti (due o tre temerari) a questo nuovo trovandolo di loro grande soddisfazione.
Detto fatto, ordinammo immediatamente i piani costruttivi che giunsero a tamburo battente. Effettivamente, la complessità e la dovizia di particolari lasciavano intendere anche ad un occhio poco esperto (non era il nostro caso, naturalmente) che questa nuova macchina assomigliava veramente ad un piccolo aereo, nonostante i particolari spartani e le ali, o meglio, l'ala fosse più simile a quella de un deltaplano che ad un aereo tradizionale. Forti dell'esperienza precedente, degli errori fatti, dei particolari dovuti ricostruire più volte, questa costruzione andava avanti speditamente e giorno dopo giorno, prendeva forma il nuovo velivolo. Era difficile conciliare il lavoro dell'azienda con quello della costruzione del mezzo. Certo che le ore dedicate al velivolo non si potevano lesinare; tante tolte allo svago, ma anche piene di soddisfazioni quando qualche particolare usciva dalle nostre sapienti mani (!) uguale al progetto.
Il laboratorio era piccolo, ma ingombro de migliaia di cose tra le più disparate e apparentemente diverse tra loro, tra le quali noi ci districavamo con disinvoltura coi nostri utensili forando, tagliando, incollando, cucendo e immaginando il giorno in cui il frutto del nostro ingegno (!) avrebbe preso la sua forma definitiva.
Nella scelta del mezzo di propulsione, questa volta, avendo ormai acquisito della sana esperienza, ci affidammo a un tecnico che ci consigliò un motore austriaco, nato per le motoslitte ma usato in Francia e in America per questi velivoli. Il motore era un Rotax, che diventerà poi, col passare degli anni, famoso per le sue caratteristiche in questo campo. Anche l'elica venne acquistata.
Cominciavamo ad entrare nella mentalità aeronautica, che lascia poco spazio all'improvvisazione e molto ai particolari già fatti e provati, quindi di certo rendimento.
Terminammo la costruzione veramente in tempo breve. Assemblato il motore sul suo castello, finalmente potemmo sentirne il rombo. Certo, questo sì, cantava! E veramente non si riusciva a tenere fermo il velivolo in due persone, quando l'acceleratore era al massimo!
Fantasticando dei voli che avremmo fatto certamente l'indomani giorno della grande prova, andammo a dormire. Nella notte, ognuno di noi sognò incursioni su navi giapponesi a bordo di velivoli ruggenti e grandi capriole sopra le nuvole .
AVVIANDOSI AL COLLAUDO..
La giornata dedicata alla grande Prova iniziò prestissimo, dato che il compiersi della cosa era anche subordinato alla possibilità di trovare, molto fuori città, un terreno idoneo all'involo. Per cui, caricato il nuovo velivolo sul fido carrello da barca appositamente modificato, iniziammo il trasferimento via autostrada, con tutte le fermate necessarie per dar modo ai curiosi insistenti di spiegare cosa fosse quello strano insieme di tubi, legno e tela che trasportavamo. Senza contare la trepidazione che ci assaliva ogni qualvolta incrociavamo una pattuglia di carabinieri, guardie notturne o altro con una divisa, non avendo certamente omologato il carrello per il trasporto di cose certamente difficili da spiegare.
Giungemmo, però, a destinazione e, dopo una cernita certosina dei terreni congeniali, la nostra scelta cadde su un pianoro abbastanza lungo che ci doveva assicurare una vasta area di manovra immaginando già le scarrocciate inevitabili del noviziato.
Scaricammo la Macchina Volante ed iniziammo il lungo lavoro di montaggio, supportati da curiosi e dal fratello di Giovanni che passava chiavi, martelli e bulloni, finché riuscimmo, alfine, a mettere in ordine di volo il velivolo.
Sorse, a questo punto, il dilemma su chi dovesse per primo collaudare l'attrezzo. Questo problema fu aggirato facilmente, essendo Giovanni già veterano per aver collaudato, anche se distruggendola, la macchina precedente. Quindi, calzato il casco ed allacciate le cinture, fu avviato il motore con grande emozione di tutti i presenti che, ormai, erano entrati nell'idea che il velivolo volasse, che il pilota pilotasse, e che tutto questo fosse perfettamente normale.
Giovanni decise di eseguire un breve rullaggio seguito da un immediato decollo, data la sua esperienza. Noi vedemmo il velivolo rullare verso l'inizio della striscia di prato finché si girò verso di noi. Il motore aumentò il numero di giri, finché la macchina si mosse. Fu veramente un decollo corto; il velivolo si sollevò subito a circa tre metri dal suolo e fu in questo momento che Giovanni comprese che, in effetti, con il precedente velivolo non era riuscito a sollevarsi nemmeno di un centimetro; quindi la fifa prese il sopravvento. Giovanni spinse la cloche tutta a picchiare e lui e la macchina atterrarono forzatamente su un fianco in un rovinio di tubi e terra, finché il motore si spense.
Nell'ammutolito silenzio che seguì, mentre serpeggiava tra i curiosi la frase " - E' morto?", si udì la voce di Giovanni attraverso la tela strappata delle ali, " - Non mi sono fatto niente, non vi preoccupate! " e subito dopo vedemmo uscire il pilota, un po' frastornato ma indenne, dai resti dell'attrezzo volante.
Terminò così la prima giornata di prove. Tornammo in officina e costatammo i danni subiti: ala storta, carrello rotto, tela strappata ed altri piccoli particolari da rimettere in sesto. Tutto sommato, contenuti. E considerando la settimana davanti, il sabato successivo sarebbe stato perfettamente riaggiustato e pronto per ulteriori collaudi. Fu deciso però di trovare un vero aeroporto, magari abbandonato, dove proseguire le successive prove e dove poter con più facilità controllare la dose di acceleratore da usare per eseguire decolli più sicuri e meno catastrofici.
La settimana che passammo districandoci tra il lavoro dell'azienda e la sistemazione della macchina, ci portò a riflettere lungamente sulle vicissitudini accadute. Ma non scalfì minimamente la determinazione che ci muoveva verso la meta prefissa: noi dovevamo volare, ed avremmo certamente volato. Prima o poi.
Giovanni trovò, molto distante dalla capitale, un aeroporto non usato da tempo, ma perfetto per i nostri scopi: pista di 900 metri in asfalto, larghissima e custodita da un personaggio unico al mondo, un misto di contadino e imprenditore, grande appassionato di volo, di notevole mole, con una faccia scura come un abissino, duro di espressione, in dialetto stretto, ma simpatico e sicuramente disponibile.
Inoltre in questo aeroporto, era disponibile un capannone per il rimessaggio del mezzo. Un paradiso!.
Purtroppo, in quei giorni, l'Inverno era nel pieno della sua incombenza: la neve cadeva dappertutto e le strade dirette alla pista di volo ne erano coinvolte. Anche all'aeroporto nevicava, ma la pista era agibile e quindi fu deciso di recarsi ugualmente in loco per preparare tutto in vista di tempi migliori.
SI VOLA !!
Andò Giovanni. Io, purtroppo, fui costretto per qualche motivo che non ricordo (ma doveva essere certamente di vitale importanza), a non partecipare. Ma ero presente con la mia anima aviatoria e bevvi, quindi, avidamente il racconto particolareggiato del lunedì successivo.
La Macchina Volante fu portata nella splendida pista individuata da Giovanni e messa in ordine di volo dallo staff che ormai si era creato per queste occasioni: Giovanni, suo fratello, il figlio che chiameremo Luca ed il Custode del luogo. Disposta in pista e pilotata da Giovanni, iniziò la prova vera e propria.
Però la Macchina, nonostante gli incitamenti a gran voce del Custode, non voleva saperne di volare, né tantomeno di andare diritta in rullaggio e ad ogni accelerata, cambiava direzione a suo piacimento: ora a destra, ora a sinistra.. andando a fermarsi ai bordi della pista, ora dentro una cunetta, ora in un cespuglio.
Mi fu riferito che anche occasionali piloti più o meno blasonati lì presenti avevano ripetutamente provato a rullare con l'attrezzo, ma anche per loro la direzionalità era talmente problematica che ognuno di loro aveva desistito anzi sentenziando che questo velivolo non avrebbe mai volato.
In verità, vi erano alcune differenze notevoli di carattere aeronautico standard che rendevano unica questa macchina: la pedaliera, per esempio, essendo quel mezzo un due assi, era stata collegata ai freni differenziati e l'impennaggio verticale del direzionale era collegato alla cloche al posto degli alettoni che non c'erano; ma per un pilota classico era impensabile che la cloche muovesse il direzionale!!
Non paghi di ciò, avevamo messo la manetta in posizione rovescia, cosicché spingendo si toglieva motore e tirando lo si aumentava.
Ovvio che, dopo un piccolo assaggio, chiunque conoscesse minimamente le basi aeronautiche standard avrebbe subito capitolato!
Per quanto riguarda Giovanni, il problema principale era sicuramente la fifa indotta. Infatti, memore del suo primo collaudo, si guardava bene di dare motore al massimo e quindi il velivolo giungeva in zona critica, sollevando ora un'ala, ora l'altra, senza raggiungere la velocità adatta per alzarle tutt'e due.
Visibilmente sconcertato, Giovanni affermò che forse questo velivolo non era costruito in modo tale che potesse volare.
Ci tenemmo questi dubbi per tutta la settimana, ma non ci venne neanche lontanamente in mente di desistere; quindi, quando giunse la domenica successiva, il mattino pungente e innevato ci trovò, all'alba, tutti schierati dinanzi all'hangar con il velivolo in bella mostra e con il custode che indossava un cappotto in felpa pesante fino a terra, e che nel suo italiano dialettale ci incitava affermando che " Lu coso volerà."
Nell'estate passata e nel tempo trascorso per la costruzione del nuovo prototipo, mi ero personalmente convinto che la cosa più importante che mi mancava fosse la nozionistica, la cultura aeronautica: e per questo mi ero dato da fare presso amici piloti di esperienza che mi trasferirono un'infinità di nozioni e di consigli, anche ingegneristici, che ero pronto a mettere a frutto. Per cui decisi di infilarmi il casco e di domare quel puledro selvatico che si rifiutava di farsi pilotare.
Mi ero fatto una specie di ruolino di marcia che intendevo seguire alla lettera:
Prendere confidenza con le manovre a terra;
Provare a sollevarsi di pochi centimetri;
Ripetere all'infinito i due punti fino a raggiungere la padronanza del mezzo.
Così feci. Dai primi rullaggi con difficoltà di direzione, passai in breve a rullaggi diritti e precisi. In fondo era come pilotare una specie di go-kart
Nel pomeriggio decisi di passare alla seconda fase e di superare quel gradino di manetta che teneva ancora per terra le ruote e volai!! A trenta centimetri da terra, per cento metri, ero salito in aria!! Alla fine, togliendo dolcemente il motore, il mezzo si posò delicatamente. Certo il merito era del mezzo volante, che seppur spartano, era perfettamente centrato e facilissimo da pilotare, ma per la prima volta, da solo e su un mezzo costruito da me, avevo volato!!!
Ci furono scene di gioia, di euforia, pacche sulle spalle, spumante ed altre cose che non ricordo, e l'immancabile " Te lo si ditto che lu coso vola?" da parte del Custode.
La settimana successiva volavo ormai lungo la pista con naturalezza ed, anzi, portavo Giovanni come passeggero decollando in cento metri e volandone cinquecento a cinque metri da terra.
Anche Giovanni provò numerose volte, ma non riuscì a superare quella specie di blocco forse dovuto agli spaventi precedenti. Luca, invece, decollava ed atterrava con facilità.. potenza della gioventù!
Questo racconto finisce qui. Successivamente tante cose sono successe: Giovanni ha fatto per un paio di anni il passeggero, poi ha volato da solo ed ha volato per tanti anni, finchè ci ha lasciato a bordo degli aerei che tanto amava. Lo ricordo con tanto affetto, anche lui è stato uno dei precursori che hanno fatto la storia del volo ultraleggero. Luca è diventato un buon pilota, ha volato e vola tanti aerei con la costanza e la professionalità che sottolineo con piacere. Io ne ho costruiti e volati tanti, di aeroplani: molto più evoluti di quello, naturalmente, ed ho fatto di questa passione una professione.
Ho avuto ed ho tante soddisfazioni dal mondo del volo: la mia nipotina, che a cinque anni ha fatto i primi saltini con me sul mio ultraleggero, oggi pilota aerei commerciali da secondo ufficiale in una grande Compagnia; ho conosciuto e conosco persone grandi, piloti impagabili, istruttori che non potrò mai dimenticare, persone che mi hanno trasmesso nozioni ed umanità, esperienza e professionalità e che mi hanno onorato o mi onorano della loro amicizia.
Certo, imparare a volare così, col senno del poi, non lo rifarei. Ma le sensazioni, le soddisfazioni provate sono impagabili. Vivono con me, fanno parte di me e le può capire solo chi, come me, ama questo mondo meraviglioso del volo.
Frankavio